Pubblicato in: diario, ospedali

Ritornare

Sono tornata, dopo quasi una settimana passata a Parma. Sono stata a trovare una mia zia alla quale sono molto affezionata, che è ricoverata in ospedale con una serie di problemi. E questo periodo è coinciso con le vacanze di Pasqua. E' stata la prima volta in cui mi sono trovata a passare diversi giorni in ospedale, dopo l'intervento che ho subito nel 2004 ed era strano esserci come “visitatore”.
Ho già parlato altre volte delle sensazioni strane che provo quando vado in un ospedale.
Questi giorni ne sono stati la prova concreta.
Gli stati d'animo che si alternavano in me erano questi:

 

  •       voglia di restarci per il senso di protezione (forse avverto inconsciamente la sicurezza del sapere che lì sarei comunque protetta da eventuali nuovi problemi)
  •       quando l'ascensore si è casualmente aperto al reparto oncologico (che non c'entrava nulla con mia zia), desiderio di andare a vedere come fosse lì. Sentivo un senso di appartenenza a quel tipo di reparto come se quella fosse davvero la mia casa (??).
  •       senso di incredulità, quando vedevo la paziente accanto a mia zia con la mascherina dell'ossigeno.      Ero lì seduta e pensavo: l'ho avuta anche io in quel brutto periodo, chi l'avrebbe mai detto che dopo quasi 6 anni sarei stata ancora qui, e tutto sommato in buona salute ad assistere un'altra persona?
  •      senso di profonda familiarità con le flebo, con le medicazioni, gli infermieri, i pasti a letto ecc.

Così ci ho ragionato un po', ho capito che subire un intervento per l'asportazione di un tumore, è un qualcosa che rimane impresso nella memoria con lo stesso impatto di un incidente stradale.
E' un trauma incancellabile.
Passando vicino a delle porte di un reparto molto simile a quello dove mi fecero la gastroscopia prima dell'intervento, ho sentito un brivido dentro…

Però c'è anche un aspetto differente: io avverto l'ospedale e i medici in generale (i chirurghi soprattutto) come una sorta di seconda mamma.
Mi rendo conto di vivere grazie a loro. Come avrei fatto se nessuno mi avesse operata nel 2004? Senza più riuscire a mangiare sarei riuscita a vivere ancora solo poche settimane.
Invece intervento e cure mi hanno ridato una nuova vita.

Forse per questo ora i miei passi nell'ospedale sono più pesanti e hanno un'eco più profonda dei passi di una persona che ci entra con più distacco, anche se molta gente che è li ci va con un bel fardello di sofferenza per i propri parenti ad amici (mi riferisco ai visitatori ovviamente).
Una cosa è certa, non vedrò mai più gli ospedali come li vedevo prima, adesso avrò sempre un groviglio di sensazioni dentro di me.
Ho provato a spiegarle qui, ma so che non sono riuscita a descrivere il tutto come volevo.

Devo anche aggiungere che mi sono stancata tantissimo e mi sento in vero deficit di energie (forse è anche la solita anemia, devo fare le analisi). In ogni caso ora ho soltanto bisogno di riposarmi davvero per un po' di giorni…

Intanto sono contenta di ritrovare il mio blog e voi…

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9 pensieri riguardo “Ritornare

  1. bentornata rosie! è verissimo quello che dici, quel senso di appartenenza è istintivo e tutto sommato legittimo. del resto è proprio quello che ci salva/ha salvato la vita. ma i nostri sono e saranno sempre occhi più grandi degli altri in un ospedale. sono contenta che tu sia tornata, ma spero che adesso ti riposi per bene, con qualche sana lettura e i tuoi ritmi.un grande abbraccio

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  2. il senso di protezione lo provo pure io, come la curiosità di andare avedere nei "miei" reparti storici, come sono cambiati, chi è ancora lì come infermiere o come medico, lo smarrimento che provo davanti alle persone, mi rivedo in loro, ma anche tanto senso di angoscia, a volte mi viene voglia di scappare a gambe levate, o di non entrare.

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  3. ziacris: il fatto è che comunque qualcosa si smuove dentro nel profondo…hai ragione a volte c'è anche voglia di scappare.4P: grazie, sì sì ora un bel riposo…widepeak: grazie, infatti ho proprio in programma di stare un po' sul letto a leggere qualche libro, non è difficile da indovinare…

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  4. Bentornata! Quel che dici dell'ospdale è giustissimo, io certe volte mi stupisco quando vado per esempio a trovare un bimbo appena nato perché provo le stesse sensazioni che hai descritto tu…e dopo i parti non era così! Un bacione, ora riposati un po'.

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  5. Carissima Rosie, o meglio Donna Letizia, ho letto tutto il tuo blog.Non ho parole per descrivere il tuo percorso, posso solo dirti che hai avuto tanta, ma tanta voglia di farcela, nonostante i tanti momenti difficili ho quasi avuto l'impressione che la malattia tu l'abbia presa a braccetto e le abbia fatto capire di andarsene in modo gentile, ma determinato.Credo inoltre, che il tuo compagno sia una gran bella persona, e che la sua continua e positiva presenza ti sia stata di grande aiuto.Quando parli delle lunghe serate trascorse in ospedale, e pesavi a cosa c'era fuori, mi si è stretto il cuore.Mi sono ricordata, che per molto, ma molto meno, io ho trascorso un mese in ospedale per una banalissima epatite virale, ma nel lontano 1977 si stava in isolamento, e i parenti si incontravano stando nella propria camera a due letti dietro a una vetrata.  Era un po' triste, ma quel piccolo spazio, era diventato mio, nostro.Si impara a convivere con molte cose, ma tu sei riuscita con la tua musica, i tuoi silenzi e la tua sensibilità a lasciarlo andare via, non fa più parte di te e io ne sono veramente felice, auguri di tutto cuore di ogni bene.E adesso vado a nanna, che domattina mi aspettano i tiraggi alla spalla dal fisioterapista che quando ci si mette mi fa mucho mal.Buona notte Donna Letizia4p

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  6. 4P: grazie per il bellissimo commento. Che pazienza ad avere letto tutto!!!Comunque hai centrato il punto, ce l'ho fatta anche e soprattutto grazie all'amore e al sostegno del mio compagno, avrai notato che non parlo mai delle altre persone che uno si aspetterebbe di sentire nominare…Ti abbraccio forte, questo commento non me lo scorderò.Spero che la tua spalla migliori presto!Julia: abbiamo tutte questa cosa in comune. Mi dispiace che questa volta ero a Parma per motivi seri, la prossima volta ci vedremo di sicuro…

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  7. Hai detto benissimo: "senso d'appartenenza".La familiarità con l'atmosfera, gli odori, i suoni, le procedure e i ritmi dell'ospedale ti fa guardare a quel mondo con occhi diversi da quelli del normale visitatore, diversi da "prima".Perchè è vero che il cancro ha creato nelle nostre vite un "prima" e un "dopo".Per fortuna che c'è il "dopo"!

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