Pubblicato in: anni 80, anni 90, libri, radio, ricordi

Il confine di Bonetti di Giovanni Floris

Bonetti libroPuò sembrare strano che mi venga voglia di recensire ora un libro uscito ben due anni fa, ma solo adesso sono riuscita a leggerlo, nel momento giusto. Era nella lista libri interessanti da quando ziaCris mi aveva fatto notare dei particolari che mi sarebbero senz’altro piaciuti. Leggendolo ne ho avuto la conferma.

Il confine di Bonetti è il libro di Giovanni Floris uscito nel 2014, nel quale a raccontarsi è il notaio Ranò, finito in carcere per una festa al Porto Fluviale, in cui ci è scappato il morto.

Questo è il pretesto con il quale il notaio racconta della propria vita e di quella dei suoi amici, primo fra tutti Marco Bonetti, diventato regista famoso, candidato all’Oscar.

Il racconto è un ripercorrere i vissuti del protagonista negli anni 80, 90 fino ai nostri giorni. Quello che accadeva in Italia, a Roma, nella cronaca e nella politica ma anche nel costume italiano.

Dai progetti accarezzati negli anni dello studio dalle medie in poi fino al brusco risveglio dei giorni di oggi, dove i sogni del protagonista se ne sono andati scivolando via come farina da un setaccio. Il colloquio con la pm è lo spunto per ripercorrere tanti momenti di quel periodo, i desideri e le ingenuità, le idee che ai tempi sembravano importanti, ma che la realtà degli anni trascorsi ha reso molto meno significative.

Solo Bonetti sembra essere riuscito a non cedere e a portare avanti con impegno quello in cui credeva.

E la linea del confine di Bonetti è proprio lo scarto tra il protagonista, che arretrava di qualche passo quando arrivava al confine, mentre Bonetti andava oltre di qualche centimetro. È questo che ha fatto poi la differenza tra il futuro dei due protagonisti. Che ora si ritrovano a passare una notte in carcere e a dover giustificare quanto accaduto durante la festa “maledetta”.

Ed è Bonetti ad aprire gli occhi al notaio: “Ti piaceva rincorrere il sogno. Non volevi svegliarti“. Una frase che nella mia mente ho associato a Emidio Clementi e Il primo Dio.

Ho letto questo libro con grande passione e interesse, anche per i tanti spunti musicali che vi si possono trovare.

L’unico contatto dopo tanti anni di silenzio tra il notaio Ranò e il regista Bonetti, molto prima della festa, è un sms che il protagonista invia al regista, per fargli sapere il suo shock nell’aver incontrato al mercato di Campo de’ Fiori un Tony Hadley ingrassato che sceglie pomodori al banco come un turista qualunque. E pare impossibile ripensare a Gold e a quanto quella musica fu importante nelle loro vite.

Poi questo passaggio che ho sentito molto “mio”:

Soprattutto amavamo il dark. Echo & The Bunnymen, Siouxsie, Bauhaus, Joy Division. I Cure di Pornography con It doesn’t matter if we all die…”dark wave

“La dark wave era un fronte culturale” dice il libro, “un movimento di pensiero”.

E io che ho vissuto quegli anni non posso che ripensare a quanto questa musica sia stata importante per me.

Infine la citazione che guardo ad occhi sgranati di Collasso Melico, una delle trasmissioni radio che hanno influenzato la mia vita e che andava in onda su Radio Roma nel 1986 condotta da Stefano Maria Bianchi che sarebbe poi diventato un importante giornalista.

In questi tratti ho trovato davvero un vissuto comune e posso supporre che Giovanni Floris, anche lui giornalista tv, avrà sicuramente inserito parti della propria adolescenza e della musica ascoltata in quel periodo.

Tirando le somme, un libro che mi è piaciuto moltissimo e che ho letto in poco più di un giorno.

P.S. anche in questo libro non poteva mancare la citazione del feticcio Zuni che insegue una terrorizzata Karen Black nel telefilm Sette storie per non dormire, dico sempre che questo episodio è scolpito nella memoria di chi è cresciuto negli anni Settanta e trovo sempre nuove conferme di questo… 🙂

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Pubblicato in: anni 80, lui al mio fianco, lui che non cè più, musica, ricordi, video clip

Siamo morti a vent’anni

Sembra strano, ma mentre ero a Milano per il concerto, c’era questa canzone di Il Cile nella mia testa, una canzone che ormai si sente ovunque e che è una di quelle poche volte in cui penso che anche una canzone trasmessa dalle radio mainstream mi può piacere e molto.

E ho camminato in una Milano assolata, nella zona del Duomo con questa canzone nelle orecchie. Ed è curioso, perché mi ha fatto riflettere tanto.

Siamo morti a vent’anni io la vedo come i nostri sogni sono morti a vent’anni. E io a vent’anni (più o meno) abitavo proprio lì a Milano. E certo c’erano tante cose che facevo e vivevo e pensavo a vent’anni che sono morte mio malgrado. E ci sono state cose che non avrei immaginato che sono accadute, e cose che avrei sperato accadessero e invece non lo hanno fatto. Ma è ovvio che sia così per tutti.

Per quel che mi riguarda, a vent’anni non avrei mai immaginato che la mia vita in futuro sarebbe proseguita senza un pezzo, a causa del cancro. Che le mie forze si sarebbero ridotte di tanto, così tanto che proprio mentre mi dirigevo verso la metro mi sembrava che il mio sangue si stesse trasformando in acqua e che di lì a poco mi sarei afflosciata per terra (ma è anche vero che un po’ me la sono cercata perché ho fatto tantissime cose in questo weekend, non ultima l’aver incontrato dal vero persone meravigliose, dopo averle conosciute sul web, e aver rivisto un caro amico di Roma al concerto, e tutto senza quasi fermarmi un attimo).

Siamo morti a vent’anni per i sogni di un futuro tranquillo, che proprio è quello che manca adesso, e mai avrei creduto di essere ancora precaria a 43 anni, come capita a tanti ormai. Per i sogni che forse allora ancora non avevo ben chiari, di lavorare nell’informatica, cosa che poi in realtà ho potuto fare solo per un anno.

Siamo morti a vent’anni per la spensieratezza di salire su un treno con la musica e di preoccuparmi solo di isolarmi con le cuffie ad ascoltare Cure e Smiths pensando “I wear Black on the outside /
‘Cause Black is how I feel on the inside /And if I seem a little strange /Well, that’s because I am” ed è vero che io ho cercato e cerco ancora il più possibile di prolungare questo stato d’animo quasi adolescenziale, ma una parte di quello spirito (ovviamente e giustamente) non c’è più.

E c’è un po’ di amarezza pensando a quegli anni, ma c’è anche la gioia delle cose fatte e che non immaginavo allora. A vent’anni ero una delle persone più solitarie del mondo, non mi sarebbe sembrato strano trascorrere tutta la mia vita o quasi in solitudine, invece poi qualche anno dopo sarebbero arrivati i veri amici e i viaggi per i Festival in Europa e tanti momenti davvero felici.

E anche se l’amore (breve) che ho avuto a vent’anni non c’è più ( e in questo caso non è una metafora), l’amore vero, quello di F. l’ho incontrato molto tempo dopo. Ed è stata una vera fortuna. In un certo senso ha dato un senso alla mia vita.

Insomma, per quanto presa dai Dead Can Dance, la mia testa andava rimuginando su questa canzone, e sulle stazioni dei treni e della metropolitana, così cambiate in vent’anni. Così come i negozi che c’erano allora, quando ancora la musica si comprava anche e spesso: Transex, Virgin Megastore, Supporti Fonografici, ecc…

Non so perché mi lascio prendere sempre da queste nostalgie, ma dev’essere proprio una cosa che fa parte del mio carattere, non lo posso cambiare…

Pubblicato in: anni 80, boy george, concerti, culture club, ricordi

Sono andata a divertirmi!

Ieri sera mi sono proprio divertita.
Così, praticamente di punto in bianco, ho deciso di andare a vedere il concerto di Boy George al Gay Village di Roma.
Di quanto mi piacessero i Culture Club a 14 anni avevo parlato in
questo post.

Poi avevo sentito che Boy George sarebbe venuto a settembre a Roma, ma pensavo per uno dei suoi soliti DJ SET.
Invece ieri ho scoperto che sarebbe stato un vero e proprio concerto, così all'ultimo istante ho deciso di andarci.

Ho fatto bene, il concerto è stato carino. E ho incontrato subito una mia amica, con un'altra ragazza simpaticissima.
Certo Boy George non è più quello che mi affascinava a 14 anni con i suoi look stravaganti, le treccine, il trucco e gli atteggiamenti provocatori.
Adesso è un mite (??) signore inglese di 49 anni, piuttosto in carne – (eufemismo) – che porta dentro di sé le cicatrici di una vita abbastanza tormentata, soprattutto segnata dall'abbondante uso di droghe.
E che propone un concerto con molte cover, soul, gospel, e brani insospettabili come Blue Moon, Get it On (sul momento penso: ma come mai fa una cover dei Power Station??? Poi mi ricordo che il brano era di Marc Bolan e lui è sempre stato un grande fan di Bolan), You Were Always on My mind. 

Ma arrivano anche i brani dei Culture Club e i suoi da solista.
Everything I Own, uno dei suoi primi singoli fa un bellissimo effetto.
Poi Move Away, Do you really want to hurt me?, Church of the poison mind, Victims che mette i brividi, mi torna in mente Sanremo ed Helen Terry, la bravissima corista, adesso sostituita da un'altra cantante con la voce ugualmente potente, anche se magrissima! Per Karma Chameleon saltano davvero tutti, tanto che le pedane sotto i nostri piedi vibrano e mi fanno tornare in mente lo stesso effetto al concerto dei Blur a Chelmsford, al V97.
Ma canta anche Generation of love, Hare Khrisna, che diventa sempre più veloce, come una festa sul palco. Ed anche il nuovo singolo.

Quasi all'inizio del concerto, Boy George si arrabbia per i troppi fotografi e i continui flash, e dice che non se ne vanno non canta più (viene accontentato).
Poi dice che conosce poco l'italiano quindi non è possibile dialogare, sarà la musica a farlo per lui.

Ascolta il pubblico che canta parte dei suoi pezzi più famosi, parla delle sue esperienze in Italia come DJ, accenna al fatto che il batterista no, non è Jon Moss…

Dice: "Thank you for loving me, It's the largest thing in the world to be loved." Grazie per amarmi, è la cosa più importante al mondo essere amati.

Continuo a pensare che è incredibile, se lo avessi visto a 14 anni avrei ricordato questo momento negli anni a venire.
Adesso invece ho 41 anni, ne sono passati 27. La mia vita è completamente diversa.
Ma è stato troppo divertente vedere uno dei miei miti del passato.
Una delle cose che "avrei dovuto assolutamente fare" e l'ho fatta adesso.
Davvero non è mai troppo tardi!!

Pubblicato in: anni 80, musica, personaggi, ricordi

Quei nomi che mi vengono in mente…

A volte quasi per caso mi vengono in mente dei nomi, di attori o cantanti del passato.
Ieri sera mi è venuta in mente Roberta Voltolini.


Premetto che il suo genere di musica non era quello che seguivo, ma nel 1985 guardavo molti programmi musicali (ai tempi ce n'erano diversi interessanti).
Immancabilmente sbucava fuori una cantante italiana di nome Roberta Voltolini.
Era ospite in diverse trasmissioni e molto trasmessa in radio.
Mi sono chiesta cosa stesse facendo ora, con quel viso che esprimeva tranquillità la immaginavo a fare un lavoro con i bambini, magari direttrice di un asilo.
Invece ho cercato info su di lei e ho scoperto che è morta giovane, nel 1996.
Non lo sapevo, oppure se lo sapevo me ne ero completamente dimenticata. Ma è strano che spesso quando mi viene in mente qualche cantante del passato poi scopro che non c'è più.
Anche se non era una delle mie cantanti preferiti, mi ricordo la sua classe, i suoi modi tranquilli, quindi la voglio ricordare adesso qui, dopo tanti anni…

Pubblicato in: anni 80, diario

Those were times


Stamattina mi sono svegliata con in mente un ricordo del periodo in cui avevo 18 anni e me ne stavo la sera nella mia stanza, un po' ascoltando trasmissioni radio di dark wave et similia, un po' ascoltando cassette dei miei gruppi preferiti, mentre scrivevo strane storie.
Un ricordo distinto è di quando ascoltavo questa canzone degli Smiths, THESE THINGS TAKE TIME, dove dice:

"You took me behind a disused ralway line
and said I know a place
where we can go,
where we are not known."

 

In un certo senso era quello che desideravo di più, andare da un'altra parte, dimenticare le solite facce da cittadina di provincia e vivere un'altra vita. Qualche anno dopo me ne sono andata per un po' a Milano, ma poi Roma mi mancava.
Così ho ripreso la vita qui, cercando di passare più tempo a Roma e meno nella mia cittadina.
Però certe cose dell'adolescenza rimangono impresse e quando sento questa canzone mi chiedo sempre che ne sarebbe stato della mia vita se me ne fossi andata davvero, da qualche parte realmente lontana e non fossi tornata.
E' un po' il gioco di immaginare di vivere vite diverse. Forse mi sarei divertita di più…
Forse mi sarei interessata di più a una carriera lavorativa…oppure mi sarei trasformata in una specie di artista.
In ogni caso ripensare agli anni vissuti con in mente tutti i testi degli Smiths (forse i testi più adatti ai malesseri di un certo tipo di adolescenti solitari come me) ora mi fa sentire felice di avere vissuto quel periodo
Pubblicato in: anni 80, dogs in space, film, libri, musica, video clip

I LOVE DOGS IN SPACE

Sto leggendo avidamente LA FACCIA NASCOSTA DELLA LUNA, di Carlo Lucarelli. Interessante libro che racconta 39 morti misteriose nel mondo della musica, del cinema, di star più o meno conosciute.
Ho letto per primo il capitolo dedicato a Nick Drake. Era inevitabile che andassi subito a leggere quello.
Poi, man mano, ho letto quasi tutte le schede che si leggono una dopo l'altra, come in un infinito necrologio.
Da Jeff Buckley a Kurt Cobain, da Heath Ledger a Sid & Nancy.
Passando per la sezione del libro dedicata alle influenze del Diavolo in episodi come la morte di Jayne Mansfield o Brian Jones.
Ho letto anche il capitolo dedicato a Michael Hutchence, ex-cantante degli INXS.
Il film che aveva interpretato Michael Hutchence a metà degli anni 80  (1986) si chiamava DOGS IN SPACE (non Dogs of space) ed è un piccolo film di culto.
O almeno lo è per me che l'ho visto e rivisto più volte.
E' un film che racconta la storia di un gruppo di giovani (in Australia nel 1978) che si divide tra concerti rock, festini a base di droga e il senso di inutilità per il futuro incerto.
Mi fa impazzire il brano, verso il finale del film, quando una delle protagoniste muore per overdose di eroina e vive il suo trapasso come un sogno ipnotico dove, prima, di andare via, saluta tutte le persone che c'erano con lei in casa. E' una sequenza da brividi, così irreale da avvicinarsi in fondo ad una possibile verità: che forse sia questo ciò che si prova quando si muore.
Insomma, adoro questo film e ancora di più questa sequenza:

Penso che nel libro avrebbe meritato anche una sola riga in più…

Pubblicato in: anni 80, anni 90, musica, ricordi, video clip

Nobody cares about this post

In attesa di andare domani alla visita di controllo oncologico e di sentire che cosa mi diranno questa volta, oggi non ci penso e mi dedico a scrivere un post del quale penso non importi a nessuno, ma mi andava di scriverlo…

Questo post è dedicato a quei gruppi di metà anni 80 e anni 90, dei quali non si parla più, (molti sono stati dimenticati) e che per un po' comparvero sulla stampa specializzata italiana.

Ad esempio i CACTUS WORLD NEWS:

Oppure gli israeliani MINIMAL COMPACT:

Passando per ROSIE VELA:

Ricordando gli HALF MAN HALF BISCUIT (qui con Margi Clarke, protagonista del film LETTERA A BREZNEV, favoloso!)

Proseguendo con i più famosi HOODOO GURUS:

E con i BLUE AROPLANES…

Per finire con i NORTHERN PIKES