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Tumore allo stomaco, si può guarire?

Questa è una domanda che ricorre spesso nei forum di discussione sul cancro gastrico e affini.

La mia esperienza personale può essere testimonianza di come sì, anche una da una malattia brutta come questa, si può guarire e tornare come prima. (Eccetto per le conseguenze fisiche permanenti).

Ho cominciato a sperare di esserne uscita dopo il secondo anno, perché il mio chirurgo aveva detto che dopo due anni dall’intervento il rischio diminuisce. Così, all’inizio del terzo ho iniziato a tirare un sospiro di sollievo.

Poi sono arrivata al quinto anno dalla scoperta del tumore gastrico. Sono andata in oncologia e ho avuto la conferma di essere a un giro di boa importante. Da quel momento i controlli si sono diradati e sono diventati annuali. Ero fuori dal rischio di recidiva.

Al decimo anno ho iniziato ad affrontare i controlli come una routine ormai ben radicata nella mia vita, ma senza piu viverli con estrema ansia. Se ci fosse un indice della paura dei controlli, direi che ormai si attesta sui valori minimi.

(Sono consapevole che non si può mai essere sicuri al 100% di essere completamente fuori dal rischio di un ritorno del cancro, ma io continuo a essere profondamente ottimista)

Oggi 26 luglio, raggiungo la vetta dei 13 anni e mi sento sempre di più di affermare che dal cancro allo stomaco si può guarire.

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Ricordo indelebile

Nove anni fa, il 16 luglio 2004, mi svegliai con una sensazione di angoscia difficile da descrivere.
Sarebbe stata una giornata diversa dalle altre. Invece di andare a lavorare e di avere la sveglia presto per l’ufficio,  quella mattina la sveglia era per il ricovero in ospedale.
Me lo aveva detto, il dottore -quello che avrò sempre nei miei  ricordi-:
è necessario un ricovero in ospedale per capire cosa c’è nel tuo stomaco che non va. Lì ti possono fare biopsie più profonde. E ti aiuteranno a tornare a mangiare.

Al solo pensiero mi sentivo meglio, anche se preoccupata, visto che negli ultimi tempi non ce la facevo più ad alimentarmi solo di succhi di frutta ed omogeneizzati…

Mi venne a prendere F. (ancora non vivevamo insieme) e in auto imboccammo la Pontina.
La strada che tutti i giorni facevo per andare a lavorare a Roma quel giorno sembrava diversa.
Avevo con me una valigia ma stavolta niente viaggio in treno come mi piace fare di solito.
Stavolta meta del viaggio era una stanza con le pareti bianche.
Ricordo il traffico consueto di Roma, l’auto passare vicino alla Stazione Termini, e lì vicino la strada che facevo a piedi per andare a comprare i dischi da Disfunzioni Musicali.  Tutto sembrava cosi diverso.

Arrivammo al Policlinico. F.parcheggiò senza sapere quanti soldi mettere nel parchimetro.
Calcolò due ore e mezza.
Entrammo in questo ospedale di cui avevo memoria soprattutto per i servizi in tv.

Dovevamo cercare la 1A clinica chirurgica del padiglione Valdoni.
Ci perdemmo in mezzo ai platani, finimmo con l’entrare dalla scala antincendio… 🙂
Lì attesi parecchio sulla panca che non sapevo ancora che nei giorni a seguire sarebbe diventata punto di ritrovo dei miei amici.
Feci le analisi, l’accettazione e conobbi il prof. Giuliani che mi avrebbe operata e seguita con molta attenzione.
Mi fecero poi entrare in una stanza dove erano ricoverate due signore. Il mio letto era il 19, il mio numero portafortuna. Pensai che potesse essere di buon augurio.

Osservai le due bottigliette di succo di frutta sul mio comodino.  Volevo bere e andai in cerca di un apribottiglia. Ebbi modo così di vedere il lungo corridoio e i tanti degenti.

Tornai poi a letto e vennero a mettermi una flebo che avrebbe integrato la mia alimentazione ormai scarsamente  possibile per vie naturali.

Quel giorno ancora non sapevo che sarei uscita dopo un mese, senza stomaco e con una diagnosi di cancro.

Ma quel giorno non sapevo nemmeno che la mia vita sarebbe cambiata e, seppure in una maniera che nessuno vorrebbe provare, avrei costruito qualcosa di diverso sulle basi forse un po’ monotone della mia esistenza precedente.

In realtà questo post avrei dovuto scriverlo ieri ma non sono riuscita.

Comunque ogni volta che ritorna quella data provo strane emozioni: paura,  dolore, rimpianto ma anche emozione perché da allora ad oggi sono stata così fortunata da poter fare una miriade di cose belle…e sempre con F. al mio fianco!

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Sensazioni amplificate

Mi è capitato spesso nell’ultimo periodo di accorgermi sempre più di frequente di come in molte occasioni le mie sensazioni siano come amplificate.
Probabilmente deriva tutto dal dopo malattia, quando ci si rende conto che nonostante tutto la vita continua e la si apprezza molto più di prima.

Così mi capita di sentirmi molto felice se per caso riascolto una vecchia canzone che non ascoltavo da anni. Oppure se vedo degli amici, o incontro per caso una persona con la quale ho trascorso bei momenti. Può essere un bel libro oppure un momento di soddisfazione per qualcosa fatto bene, ad esempio un risotto.  I viaggi in auto quando arriva la sera, guardare il cielo scuro e ripensare ai viaggi che tante volte da piccola facevo su un treno di notte con la mia famiglia.

Le sensazioni di gratitudine di contentezza le avverto in modo molto più profondo di prima, ed è come se la mia mente facesse tesoro di ogni momento bello che vivo per poterlo ricordare anche dopo.

E questa è una cosa notevole perché siamo abituati alle giornate frenetiche dove si va sempre di corsa e non ci si ferma mai a dare retta alle proprie sensazioni.

Questo insegnamento del dopo malattia è una delle cose che aiutano a vedere i lati positivi di una cosa brutta come può essere il cancro.

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Stati d’animo

Stamattina sono stata al Policlinico Umberto I per iniziare i controlli con i markers. E ho provato a pensare a quanto siano cambiate le cose in questi anni. Davvero adesso ci vado con uno stato d’animo diverso.

Nei primi tempi, quando ci andavo ogni tre mesi e ancora portavo i miei vestiti taglia 40-42, mi sentivo piccola piccola, fragile e inerme. Avvertivo che una cosa enorme si era abbattuta su di me, privandomi di gran parte delle mie forze, scaraventandomi in un mondo fatto di prelievi frequenti, di PET, ecografie, flebo di ferro, malesseri vari e mi sembrava quasi di essermi trasformata in un’altra persona, una Rosie che faceva di tutto per non lasciarsi abbattere, ma che dentro di sé si sentiva come il ramoscello di un salice piangente, rivolto verso il basso, piegato da un peso troppo grande.

Mi sedevo tra le persone, così magra, e dentro di me mi sentivo “la poveretta”, quella cui il destino aveva riservato un bruttissimo scherzo. Una cosa che mi aveva messa in una posizione inferiore rispetto agli altri. Specie quando ancora facevo la chemio e portavo in giro la mia bomboletta di fluorouracile con il marsupio. Avevo il port e lo vivevo come un ulteriore aspetto pesante della malattia che aveva reso il mio corpo la fiera delle cicatrici.

Negli anni queste sensazioni si sono un po’ affievolite. Adesso, a questo appuntamento del settimo anno sono andata con uno stato d’animo completamente diverso.
(Lo dico sempre che le paure ci sono tuttora, ma lo stato di base da cui parto è molto molto cambiato…).

Sicuramente ha inciso il fatto che adesso ho i capelli lunghi come prima, che il mio peso è buono, che non ho più il port. Che sono passati parecchi anni.

Insomma stamattina il mio primo pensiero non è stato che andavo là per il cancro, ma solo per fare delle analisi come le altre. Che le cose vanno bene e che non devo avere paura.

E devo ammettere che un po’ di forza la traggo senz’altro anche dalla blogterapia, dal sapere che comunque questo posso poi raccontarlo qui e condividerlo con voi..

Perché è bello sapere che la malattia non mi ha reso sola, anzi. E se prima dopo il prelievo al ritorno nella metro cercavo disperatamente un posto per sedermi perché mi sentivo “malata” e “debole” questa volta sono stata in piedi come tutti nella metro strapiena. Perché sto bene e mi sento (quasi) come ero prima…


Pubblicato in: cancro, cancro allo stomaco, come sto, controlli, coraggio, guarire, paure, pensieri, tumore al seno

Incertezze periodiche

Ieri ho fatto una lunga fila dal medico, per farmi preparare le ultime impegnative necessarie ad iniziare i controlli periodici tra circa una quindicina di giorni. Quest’anno mi toccheranno: markers, ecografia al seno, ecografia addome, mammografia. I miei controlli attuali sono infatti un mix tra controllo ed esami per la prevenzione.

 Gli esami sono distribuiti in un periodo piuttosto lungo (a causa delle difficoltà di prenotazione, nonostante io prenoti sempre almeno 10 prima!).

 Per cui la conclusione sarà la visita oncologica subito prima di Natale. E ormai è diventata una consuetudine che io torni al reparto oncologico nel periodo natalizio, in tempo per guardare il meno possibile il lato destro dei corridoio, dove ci sono i lettini con i pazienti sotto chemio (non è che non voglio guardare perché mi danno fastidio, sia ben chiaro, ma perché ancora, dopo 7 anni, basta vedere quelle flebo per tornare ad avere la nausea…) e spostare invece lo sguardo verso il fondo dove c’è un albero di Natale e i pacchettini regalo per il personale medico e infermieristico. La cosa si conclude sempre con i calorosi auguri di Buone Feste che ci scambiamo con l’oncologa e la sensazione di sollievo che mi fa camminare quasi sospesa dal pavimento, quando lei pronuncia le parole: “Ci vediamo tra un anno”.

Però nei giorni precedenti non posso fare a meno di pensare: “E se questa volta non fosse così? Se succede qualcosa e devo tornare di nuovo a fare chemio?” Il pensiero mi atterrisce, anche perché un secondo tumore mi farebbe più paura del primo. Innanzitutto perché dovrei vedere il mio corpo con nuove cicatrici, e poi perché mi sentirei più incerta di una conclusione positiva, però è anche vero che lo affronterei anche con più coraggio, avendone già vissuto uno.

 Confesso che ho abbastanza paura del tumore al seno. Ci sono stati casi in famiglia e questo mi fa un po’ temere.

Comunque penso che non sia mai il caso di fasciarsi la testa prima del momento. E può anche essere che non mi svilupperò mai di questo tipo di tumore, niente è mai certo.

 Sarà un percorso lento di questi controlli, ma spero anche quest’anno di arrivare ai giorni prima di Natale con notizie buone, e con tanto sollievo!! Basta solo prepararsi psicologicamente a questi mesi da vivere con un pochino più tensione di quelli precedenti…

Pubblicato in: cancro, guarire

La psicotraumatologia oncologica

Ieri ho sentito al telegiornale questo termine che non conoscevo: psicotraumatologia oncologica.
Ho seguito attentamente la spiegazione, in relazione ad un convegno sull’argomento che si è tenuto all’Istituto Regina Elena di Roma.

In particolare veniva messo in luce il fatto che le persone che hanno ricevuto una diagnosi di cancro, anche dopo aver superato i fatidici 5 anni ed essere stati dichiarati guariti, non riescono a sentirsi tali, non riescono a pensare ad un futuro concreto.

Questa paura è sostanzialmente legata al trauma di aver scoperto di avere quella malattia che ancora in molti chiamano un brutto male.
Una diagnosi del genere infatti in primo luogo fa pensare alla morte, ad una grave incertezza del futuro.
Si sa insomma che, comunque andrà, la vita non sarà mai più quella di prima. E già solo pensare ad un futuro anche a breve termine nella vita diventa difficile.
(Per fortuna poi molte volte le cose vanno meglio di quanto si possa sperare).

Sentirsi dire di avere il cancro equivale a dire addio alla propria esistenza come la si è vissuta tutti i giorni fino a quel momento e anche, forse, dire addio a tanti dei propri sogni. E’ una sorta di lama che taglia in due la linea immaginaria della propria esistenza.

Ne deriva quindi (ma è logico, non c’è bisogno di dirlo) che quando si riceve questa diagnosi, si subisce un grosso trauma.

Il convegno  (aperto solo agli addetti ai lavori) mirava  a mettere in luce l’esigenza di accompagnare la persona malata di cancro e poi guarita con un sostegno psicologico idoneo a farla riappropriare di una maggiore serenità nella propria vita. Uno sostegno concreto per cercare di far superare il trauma a chi ha ormai la malattia alle spalle.

La trovo un’iniziativa molto bella.

Un po’ come la clinica nata al’interno dell’Istituto Tumori di Aviano, dedicata a chi ha già superato i cinque anni libero da malattia:

http://www.aimac.it/__kquUmA==_8_nea.html

Insomma, ci si può anche sentire guariti dal cancro quando gli anni cominciano a passare, ma le ferite interiori restano…

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Quella sensazione della seconda vita

Domenica ho sistemato in un armadietto sul balcone buona parte dei libri che non hanno trovato posto in casa (e ho giurato che di qualcuno mi libererò…altrimenti poi dove metto i nuovi????) e che ancora erano negli scatoloni.
Tra questi libri ce ne sono alcuni  che ho portato qui da casa di mia madre dove sono cresciuta.
Sono libri che mi piacevano e che volevo avere con me.
Eppure…eppure quando li guardo, li sfoglio, osservo la copertina ben conosciuta, provo sempre la sensazione che non siano davvero miei.
Ho cancellato tanti ricordi della vita PRIMA della malattia e per certi versi mi sembra che si tratti proprio di due persone diverse.
Sembra incredibile sentirsi così distaccati da qualcosa che in fondo era parte di se stessi, eppure è una sensazione incredibile.
A volte mi sento addirittura come se fossi morta e poi resuscitata. E per questo motivo provo quasi un disagio verso alcune mie cose vecchie. Del resto alcune le ho buttate.
Rosie ha preso una nuova strada, ma una cosa è certa: che la Rosie di adesso vive molto ma molto meglio di prima (nonostante tutti i problemi della nuova vita…)