Tornano i Dead Can Dance, tornano le emozioni

Il 2018 volge quasi al termine, ma prima di andarsene ha deciso di farci un regalo, l’uscita di un nuovo disco dei Dead Can Dance, Dionysus, disponibile dal 2 novembre.

Naturalmente, non ho potuto fare a meno di ascoltarlo il giorno stesso e sono subito rimasta ipnotizzata dalla lunga suite di cui si compone tutto il disco (almeno nella versione digital download, sono due lunghi brani con diversi movimenti e titoli). Atto 1 e Atto 2, come una rappresentazione teatrale.

La memoria si riaccende, ascoltando Dionysus, perché si tratta quasi di un proseguimento ideale di Spiritchaser del 1996. Sonorità tribali che evocano rituali magici e danze propiziatorie, tra maschere e strumenti etnici.

Un lavoro che non delude, ma che forse sorprende un po’ perché parecchio distante da Anastasis.

Eppure è anche vero che i dischi dei Dead Can Dance sono sempre stati molto diversi fra loro e alcuni anche molto brevi come questo.

Ma la notizia più bella, è il tour che nel 2019 toccherà Milano per due date a maggio, e non escludo di essere presente ad almeno una delle due serate.

Così il sogno iniziato nel 2005 al Teatro dal Verme e proseguito nel 2012 a Milano e poi a Roma, potrà avere un seguito nel 2019, per mia grande emozione.

Proprio come quando ci fecero entrare al Teatro dal Verme senza biglietto, per l’ultima parte del concerto e io rimasi incantata da quell’esperienza bellissima, che mi riportava alla vita dopo la fine delle terapie per il cancro.

Perché i Dead Can Dance con la loro musica possiedono quel raro potere alchemico che trasforma il sogno in realtà…

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Heroes never die

Oggi se n’è andato anche Chris Cornell, dopo una serie impressionante di lutti nel mondo musicale iniziati nel 2016. David Bowie, Leonard Cohen, George Michael, Prince, Pete Burns, Black.

Eppure si può proprio dire che gli eroi non muoiono mai. Per quello che ci hanno dato. Per quello che hanno rappresentato per noi che eravamo giovani negli anni ’80/90.

È quello spirito di ribellione, quella voglia di cambiare le cose, quella forza travolgente che la musica ci dava, che non andranno mai persi. Perché se la si è vissuta in un modo coinvolgente, come è capitato a me e a tanti miei amici, qualcosa rimane dentro per forza.

Nonostante la routine, la vita quotidiana, le esigenze che nel tempo cambiano. I dolori, le risate e i viaggi, i lutti e gli impegni diversi, gli anni che passano, nel cuore rimane sempre la voglia di chiudere gli occhi e lasciarsi andare ai sogni.

E la musica è sempre lo strumento migliore per farlo. Anche se le cassette non le ascoltiamo più, gli Lp per fortuna ancora qualcuno sì. I Cd a volte. Ma c’è YouTube per trovare subito la canzone da ascoltare.

D’istinto le canzoni che sono andata a cercare oggi sono state Fell on Black Days e The day I tried to live. E le foto scattate a Reading 95. Perché in fondo io sono sempre quella Rosie. Per tante cose la stessa di allora. E scrivo per dire grazie ai miei eroi. Di allora e di oggi.

Scrivendo di musica dopo tanto.

È veramente tantissimo tempo che non scrivo un post sulla musica. Ma eccomi di nuovo qui e lo spunto questa volta nasce da una ricerca che stavo facendo su Youtube, quando mi sono imbattuta in alcune cover realizzate da una giovane cantante bolognese, Michela Vazzana.

Non amo particolarmente le cover, questo va detto ma sono rimasta colpita dal fatto che tra i suoi brani ci siano alcune delle canzoni che amo di più.

Non capita spesso di trovare una cantante italiana che faccia cover degli All About Eve.

Di queste canzoni apprezzo moltissimo il sound della chitarra e il potere che hanno di rilassare la mente. Sono canzoni che amo praticamente da tutta la vita, e risentirle è come un balsamo per me.

Per questo ho voluto dedicare un post a questa cantante: perché questa musica mi aiuta a vivere in relax le ore della giornata in cui posso riposare…

Breve storia di due amiche per sempre di Francesca del Rosso (Wondy)

È da tantissimo tempo che non racconto più nulla dei libri che leggo, perché negli ultimi mesi riesco meno a mantenere la concentrazione e quando finisco un libro, penso di parlarne, poi il tempo passa e non ne faccio nulla.

Tuttavia questa era una cosa che mi piaceva molto fare e vorrei sforzarmi di riprenderla. Ho deciso di ricominciare con Breve storia di due amiche per sempre di Francesca Del Rosso, alias Wondy (purtroppo scomparsa a causa del cancro a dicembre 2016, qualche mese dopo l’uscita di questo romanzo).

breve-storia-di-due-amiche-per-sempre Oggi ho terminato di leggere l’ebook, la lettura è stata abbastanza veloce, la scrittura molto scorrevole. Il romanzo è la storia di un’amicizia tra due donne, Tessa e Clara e sull’importanza che un rapporto di questo tipo può avere, fino a funzionare da salvagente.

Il libro si apre con il senso di dolore che la protagonista prova scoprendo il tradimento di suo marito. Evento che investe la tranquillità quotidiana e spezza la consueta routine familiare fatta di giornate che si dividono tra lavoro, marito e figlio.  In questa circostanza Tessa avrebbe bisogno di ritrovare la sua amica Clara, con la quale ha vissuto tante esperienze di gioventù.

Ma i tentativi di riavvicinarsi all’amica, fatti nel più o meno recente passato, non hanno portato a risultati positivi.

Nel libro si ripercorrono tanti piccoli episodi dei tempi del liceo, la musica ascoltata, i Guns N’Roses, Curt Kobain (scritto proprio così…), gli scherzi con i ragazzi sapendo che alla base c’era sempre la forte amicizia tra loro due, così forte da richiedere perfino uno stemma identificativo, un ragno stilizzato. Le manifestazioni studentesche a Milano, ma anche l’Abruzzo dei paesini con le tradizioni da salvaguardare e ricordare. I semi di melograno. “Scine”. L’emozione provata da Tessa nel portare l’amica nei luoghi a lei cari.

E poi, finalmente l’opportunità di ritrovare Clara e scoprire finalmente il perché di tanti comportamenti incompresi.

La forza dell’amicizia, il potere dei sogni che si avverano sono i temi protagonisti di questo libro, che è stato una lettura piacevole, un regalo che Wondy ha voluto lasciarci. Grazie.




Shine – PineAppleMan

Da tempo non ascoltavo un nuovo disco che riuscisse a coinvolgermi del tutto.
Che mi riportasse ai tempi in cui facevo molti viaggi in treno, ed ero capace di rischiare di far saltare il viaggio per non aver trovato la mia cassetta preferita da ascoltare nel walkman mentre osservavo i binari.
Ora un disco così l’ho trovato.

Sto parlando di Shine dei PineAppleMan. Già dal primo ascolto, ho avuto la curiosa sensazione che lo avrei ascoltato volentieri in una cassetta, e questa cassetta l’avrei portata sempre con me.
Dunque mi viene voglia di raccontare questo disco proprio come se fosse una cassetta degli anni 90.
Lato A e Lato B, ipoteticamente divisi da me, visto che in realtà si tratta di un cd.
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Dei PineAppleMan avevo già parlato tempo addietro nel mio blog, in occasione dell’uscita del loro EP.
E mi erano piaciuti.
Sono, anzi erano perché si sono sciolti dopo l’uscita del disco, una band vicentina, con sonorità molto british.
Qualche tempo dopo aver parlato del loro primo lavoro, mi è stato segnalato un progetto di crowdfunding per produrre il loro primo disco full length, e ho aderito volentieri perché quando la musica mi entra nel cuore non posso proprio dire di no. E ora che ascolto il disco ne sono davvero felice.

Shine ha visto la luce a gennaio di quest’anno, ma solo ora sono riuscita ad ascoltarlo con calma.
Parliamo dunque dell’immaginario Lato A della nostra cassetta.
Inizia con Eyes, brano delicatissimo, che farebbe presagire un disco soft, sembra di trovarsi nel parco di una villa in autunno, mentre lentamente le foglie cadenti raggiungono il suolo, ma poi lascia spazio a Mirror e il ritmo cambia, l’atmosfera si fa più rock, si danza tra gli specchi.
Tocca poi a Light, un brano appunto perfetto per viaggi in treno reali o immaginari perché ha proprio il senso giusto della musica da viaggio, intorno al mondo, tra i mari e le foreste.
La successiva Black Rabbit è un brano che rimane subito in mente, you are watching me, walking in the morning e ci si ritrova a canticchiarla senza accorgersene.
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A questo punto girerei idealmente la cassetta per ascoltare il lato B che farei iniziare con Shine, la title-track che illumina il disco. Giocando con questa suggestione dell’audiocassetta, a questo punto sarei già con il dito sul rewind per riascoltare questo brano.
Poi andrei al secondo brano, Rubies, la storia di un bimbo, di un’altalena e di una lacrima che evapora.
The way in the dark è un delicato frammento strumentale prima di We are pearls, incalzante, azzardo un paragone: una specie di London calling molto delicata.
Life goes on rimane incisa nella mente, con l’invocazione I’ll wake up from a coma, we’ll wake up from tv, una danza che invita a sognare, ma ad occhi aperti. Uno dei brani che mi piace di più nel disco.
Il cd, ops – ma non stavo immaginando una cassetta? – si chiude con Things to do, una ballata che ci accompagna all’ultima nota di questo lavoro, che in questi pomeriggi non ascolto mai meno di due volte di seguito.

E poiché ho raccontato un disco intero penso che non ci sia niente di meglio che ascoltarlo qui in streaming:

https://pineappleman.bandcamp.com/

Un’ultima nota, avevo scritto anche l’altra volta che i PineAppleMan mi fanno pensare un po’ ai Belle and Sebastian.
Allora vorrei chiudere dicendo scherzosamente:
Fold your hands, child, you walk like a PineAppleMan! 🙂

I Frozen Autumn al Defrag di Roma 25-09-2015

Ho passato praticamente un anno intero senza quasi vedere concerti, cosa piuttosto inusuale per me.
Ma per i Frozen Autumn a Roma non potevo proprio mancare.

Questa volta il locale era il Defrag, in una zona un po’ scomoda per chi arriva da Roma Sud, ma è valsa la pena perché la serata è stata molto carina e ci voleva. Già entrare nel locale e vedere volti familiari è stato bello, diversi amici da salutare, tra i quali Massimo Moonchild, che non manca mai alla consolle in queste serate.
Non so perché, mi veniva in mente l’epoca di MySpace, sembra così lontana, ma in fondo era solo una manciata di anni fa. Periodo in cui si conoscevano le band musicali anche da lì, quando non era com’è adesso, e mi ricordo degli Infieri e del loro brano ipnotico, Silence, contenuto anche nella compilation Electa Via.
Gli Infieri non ci sono più ma alcuni componenti del gruppo fanno parte degli A Silent Noise che hanno aperto il concerto, come era già accaduto nel 2012 al Big Bang.
A Silent Noise Gli A silent noise suonano bene ed è sempre un piacere ascoltarli. Ormai l’apertura del concerto affidata a loro è un classico.
Un po’ prima di mezzanotte è cominciato il live dei Frozen Autumn con Before the storm.
Questa volta il concerto era a due, Diego e Froxeanne senza The Count ed è stato perfettamente bilanciato tra loro. Un brano cantato da lui, un brano cantato da lei. Ma la cosa più bella è che tutti i brani mi piacciono molto, quindi non ho avuto un solo istante di noia.
Frozen Autumn Roma Si sono alternati brani classici come Is everything real, Polar Plateau, This Time, Second Sight, brani piu recenti come Victory , Last Train, fino ai brani dell’ ultimo vinile del 2014, Lie in Wait: We’ll fly away, White on White, Your Touch…
Frozen Autumn Roma I concerti dei Frozen Autumn hanno un ritmo coinvolgente, e non si può resistere troppo tempo stando fermi. Wave elettronica che ha come marchio di fabbrica il ritmo dei sintetizzatori, a volte sognanti, a volte incalzanti, uniti alla presenza classic dark di Diego Merletto e alla voce, cristallina come il suo sguardo, di Arianna Froxeanne.
Frozen Autumn Roma Mi sono divertita come non mi accadeva da tempo, passano gli anni ma la musica rimane sempre il cuore pulsante della mia vita. Senza veramente non potrei vivere e i concerti sono un’espressione bellissima di questa meravigliosa arte. Mi rammarico solo di non averne visti molti negli ultimi tempi.
Frozen Autumn Roma La serata è stata dunque una di quelle da ricordare. Tra le altre cose sono tornata a casa anche con il cd dei Russian Rose, ma questa è un’altra storia…

Fuoco Sacro di Stefano Pistolini

imageGironzolando in libreria, l’altro giorno sono capitata davanti a questo libro e dopo pochi istanti ero già in fila alla cassa, impaziente di leggerlo.

Stefano Pistolini è l’autore del libro su Nick Drake intitolato Le provenienze dell’amore (ne avevo parlato su The Plans For Lilac Time, il blog dedicato a Nick Drake che ho gestito in un periodo in cui ero meno incasinata di adesso), ed è quindi un nome a me ben noto.
Ero molto curiosa di sapere su quali argomenti avesse scritto un romanzo.
Quando ho letto la trama, il viaggio a ritroso negli avvenimenti della giovinezza vissuta negli anni 70, con l’amico Marco (quasi un gemello, entrambi nati lo stesso giorno, coincidenza scoperta per caso) del quale il protagonista Stefano da tempo non ha più notizie, mi sono subito sentita attratta dalla storia e dalle sue prospettive.
Che fine abbia fatto Marco dopo tutti questi anni è un mistero. I diversi tentativi effettuati da Stefano per ritrovare qualche traccia dell’amico sul web, anche incrociando varie opzioni di ricerca non hanno portato risultati. Ed è veramente strano, oggi più o meno tutti lasciamo almeno una riga di notizie o informazioni su di noi disseminata nei meandri di internet.
L’unico riferimento – indiretto –  a Marco è una foto del Festival di Zerbo del 1972, tratta da un vecchio Ciao 2001, tra l’altro realmente presente sul sito che ho linkato.
(E qui realtà e romanzo si fondono, lasciando il dubbio di dove finisca la realtà e dove cominci la finzione).
Nel libro si parla anche del concerto dei Van Der Graaf Generator al Carta Vetrata di Bollate, anche questo evento reale e non inventato, e che diviene momento cruciale della vicenda.

Un’epoca in cui il corso delle cose aveva portato alla nascita di un legame di amicizia a tre, forte come solo in età giovanile possono essere questi legami, tra Marco, Stefano e una ragazza, Marta, divisi tra la vita quotidiana a Milano, le vacanze, la musica e le droghe. E le relazioni sfumate, un po’ come nel fim The Dreamers, anche se in maniera molto meno definita.

E’ importante sottolineare che Stefano non è in cerca di Marco per un attacco di nostalgia, a spingerlo è invece il desiderio di rivedere se stesso nel suo “gemello” perduto nel dipanarsi degli anni e della vita. Anche per trovare una conferma del sé di adesso negli occhi dell’altro, rimasti sempre quelli di un giovane nei ricordi di Stefano.

Sarà proprio Marta, ricomparsa dal lontano passato,  a prendere per mano Stefano e a condurlo verso la conclusione della sua ricerca, verso quella verità che porta con sé una rivelazione inattesa che cambierà per sempre la vita di Stefano.

E’ inutile sottolineare che le pagine che ho amato di più sono quelle in cui si parla del viaggio verso Milano con Five Leaves Left di Nick Drake come colonna sonora e la riflessione sui rimpianti della vita che si superano solo accettando le proprie responsabilità.

Un libro che consiglio a chi ha vissuto negli anni 70 e a chi ama la musica e le storie che scavano nei dolori dell’anima.