Dead Can Dance live Milano Teatro Arcimboldi 2019

È semplicemente fantastico come possa bastare un concerto per tornare a vivere le forti emozioni che si perdono nella vita quotidiana.

Sapevo che il concerto dei Dead can Dance non avrei voluto perderlo. Un po’ perché quelli degli ultimi anni li ho visti tutti, partendo da quello al Teatro dal Verme del 2005 che, come ho sempre raccontato, mi ha letteralmente riportata alla vita dopo il cancro, un po’ perché sapevo che questo tour era una celebrazione della loro carriera, con brani bellissimi che non avevo mai sentito “live” in passato.

Non ultimo, infine, perché questi meravigliosi concerti sono sempre occasione per rivedere amici, lo zoccolo duro che, nonostante il passare del tempo, si sposta ancora per vivere le emozioni dei live più belli.

Il concerto di ieri è stato veramente un susseguirsi di capolavori che hanno fatto la storia di questo gruppo.

Si apre con Anywhere out of this world, da Within the Realm of a Dying Sun seguita da Mesmerism da Spleen and Ideal.

Terzo brano Labour of love, originale del 1983 che si trova in una loro raccolta, ma che secondo me avrebbe meritato molto di più, perché è uno dei brani più belli di questo tour.

Successivamente, di nuovo un brano da Spleen and Ideal, Avatar, atmosfere che riportano alla mente tanti ricordi dei periodi vissuti con la loro musica sempre nelle cuffie. Poi, un momento di commozione con In Power We Entrust The Love Advocated, dal primo album Dead Can Dance e una frase che mi ripeto come un mantra: The way lies through our love.

Da un’altra raccolta ecco Bylar, con la voce di Lisa Gerrard sempre protagonista, che ha lasciato poi spazio a uno dei miei brani preferiti che per decenni ho sognato di poter sentire dal vivo, ovvero Xavier da Within the realm of a dying sun. Tantissimi anni fa, credo fosse il 1995, avevo iniziato a scrivere una storia intitolata così, chissà che questo non sia lo spunto per finirla..

Arriva poi un momento da brividi con prima The Wind That Shakes The Barley da Into the Labyrinth e poi Sanvean, uscita in Towards the within e anche nel primo disco solista di Lisa, The Mirror Pool. E la temperatura sale, nonostante faccia già molto caldo all’interno del teatro. È bellissimo notare che dopo ogni brano sia di Lisa che di Brendan o di entrambi, il teatro rischia di crollare per gli applausi intensissimi. I Dead Can Dance hanno veramente un potere magnetico di trasportare le persone in una sorta di realtà parallela…

Torna di nuovo la voce di Brendan Perry con Indoctrination (A design for living) ancora da Spleen and Ideal e Yulunga da Into the Labyrinth, che diventa una danza tribale, nell’acustica meravigliosa del teatro. Sempre dallo stesso album è tratta The Carnival Is Over, qui in versione ancora più “slow ballad”.

The Host of Seraphim ci porta a The Serpent’s Egg, disco prezioso. In questo brano, la voce di Lisa Gerrard incide solchi profondi nell’anima, lasciando cicatrici indelebili nel cuore. Ma ci si riprende subito con Amnesia da Anastasis, che è uno dei brani più belli dei loro dischi più recenti.

Le atmosfere cambiano con Autumn Sun, cover della band Delayaman che è seguita da Dance of the Baccanthes, brano tratto dal nuovo disco Dyonisus. Di nuovo il teatro sembra crollare di applausi quando la band esce, richiamata subito per i bis che iniziano con Song of the siren, brano di Tim Buckley, noto anche per la versione This Mortal Coil, cantata da Brendan Perry. E poi Cantara, da Within the realm of a dying sun, in una versione ridotta ma sempre emozionante.

Il concerto si chiude con The Promised Womb da Aion, davvero stupenda, anche qui sono tantissimi i ricordi che si incrociano nella mia mente. Aion è uno dei loro album che ho ascoltato di più nella mia vita.

La conclusione dello spettacolo ha lasciato qualche perplessità quando, durante l’evocativa Severance da The Serpent’s Egg, Brendan Perry ha improvvisamente girato le spalle e abbandonato il palco senza più tornare nemmeno per i saluti finali del gruppo, lasciando che il brano terminasse strumentale… Tante le supposizioni, un malessere o un momento di nervoso? (Aggiornamento, da un video su YouTube si vede chiaramente il momento di disappunto che ha spinto Brendan Perry a lasciare il palco per un errore dei musicisti…)

Comunque il concerto come sempre è stato straordinario. Sono stata veramente strafelice di aver deciso di andare di nuovo a Milano per loro. Ne vale sempre la pena!!

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Tornano i Dead Can Dance, tornano le emozioni

Il 2018 volge quasi al termine, ma prima di andarsene ha deciso di farci un regalo, l’uscita di un nuovo disco dei Dead Can Dance, Dionysus, disponibile dal 2 novembre.

Naturalmente, non ho potuto fare a meno di ascoltarlo il giorno stesso e sono subito rimasta ipnotizzata dalla lunga suite di cui si compone tutto il disco (almeno nella versione digital download, sono due lunghi brani con diversi movimenti e titoli). Atto 1 e Atto 2, come una rappresentazione teatrale.

La memoria si riaccende, ascoltando Dionysus, perché si tratta quasi di un proseguimento ideale di Spiritchaser del 1996. Sonorità tribali che evocano rituali magici e danze propiziatorie, tra maschere e strumenti etnici.

Un lavoro che non delude, ma che forse sorprende un po’ perché parecchio distante da Anastasis.

Eppure è anche vero che i dischi dei Dead Can Dance sono sempre stati molto diversi fra loro e alcuni anche molto brevi come questo.

Ma la notizia più bella, è il tour che nel 2019 toccherà Milano per due date a maggio, e non escludo di essere presente ad almeno una delle due serate.

Così il sogno iniziato nel 2005 al Teatro dal Verme e proseguito nel 2012 a Milano e poi a Roma, potrà avere un seguito nel 2019, per mia grande emozione.

Proprio come quando ci fecero entrare al Teatro dal Verme senza biglietto, per l’ultima parte del concerto e io rimasi incantata da quell’esperienza bellissima, che mi riportava alla vita dopo la fine delle terapie per il cancro.

Perché i Dead Can Dance con la loro musica possiedono quel raro potere alchemico che trasforma il sogno in realtà…

Suzanne Vega a Roma 16.07.2018 (cancellato)

Oggi avrei voluto scrivere il racconto del concerto di Suzanne Vega alla Casa del Jazz di Roma.

Perché ci sono stata alla Casa del Jazz. E ho avuto modo di sedermi nella zona concerti del parco, che è molto carina.

Ma il maltempo ci ha messo lo zampino e poco dopo sono arrivati tuoni, fulmini e la pioggia forte.

Tutti noi poveri malcapitati del pubblico, ci siamo dovuti rifugiare nella zona biglietteria, che continuava a riempirsi incessantemente di persone con effetto sauna assicurato.

C’è stata parecchia esitazione tra gli organizzatori, si sono presi come deadline le 21.30 per comunicare cosa intendevano fare della serata. Mentre intanto continuava a piovere, dopo giorni e giorni di sole.

Alla fine il verdetto è arrivato: concerto rimandato a data TBD all’Auditorium Parco della Musica, entro il 30 settembre.

Ce ne siamo andati chiedendoci perché proprio ieri sera i cieli di Roma avessero deciso di rovesciare addirittura un nubifragio sulla Capitale. Pazienza, in fondo è la prima volta che mi capita di rinunciare a un concerto per condizioni metereologiche avverse, eppure ne ho visti tanti…

Tornare a Nel Nome del Rock @Palestrina

Uno dei luoghi che ricordo con maggiore emozione, specie se ripenso alla mia vita di un bel po’ di tempo fa, è Palestrina, con lo storico Festival Nel Nome del Rock. C’ero nel 1995, quando suonarono i Newest Industry, e fu bello arrivare e vedere questa location molto carina nel Parco Barberini, ricordo bene lo striscione sul palco con la scritta There is a light that never goes out… C’ero nel 1997 per i New Model Army e riportai con me la bellissima scoperta degli estAsia, che avevano suonato prima di loro… e le tante emozioni di quella sera con il compleanno di Robert Heaton festeggiato sul palco. C’ero nel 2013 per il ritorno dei New Model Army, io sempre quasi sotto al palco per ascoltare e vedere i miei miti.

Salire in alto nel Parco di Palestrina regala davvero una vista meravigliosa, è bello soffermarsi a guardarsi intorno, prima di arrivare all’area del palco.

Purtroppo il festival Nel Nome del Rock rimane legato al tragico evento della dipartita di Mark Sandman, leader dei Morphine, nel 1999 on stage, per un improvviso infarto. Io quella sera non c’ero ma ricordo il racconto dei miei amici, sconvolti. E quando sali le scale per entrare nel Parco e ti accorgi di questa targa, un nodo alla gola sale al pensiero dello sgomento e del dolore di quella notte.

Ma quella scritta NNDR in rosso è sempre stimolo a godersi la serata e ad ascoltare buona musica, e così è stato anche questa volta.

Headliner della serata di sabato sono stati i Soft Moon, band post punk californiana, che non avevo mai visto dal vivo e sono rimasta colpita dal muro del suono che sono riusciti a creare.

Stando molto vicina alle casse sono riuscita a procurarmi una sensazione di sibilo alle orecchie che è rimasta anche il giorno dopo. Era da tanto che non mi succedeva. Ma tanto, le orecchie me le sono giocate da giovane ai festival di 3 giorni in Uk e Belgio … 🙂

Azzardo un paragone forse fuori luogo, ma in alcuni momenti ho pensato al rumore creato dai The Jesus &  Mary Chain nei primi dischi tipo Never Understand. Anche se qui siamo molto di più sul versante Industrial.                                  Il loro set è durato poco più di un’ora, ma il tempo è volato in maniera incredibile, ed è stato un concerto più che travolgente. Felice e soddisfatta, quindi, sono tornata a casa. Doppiamente contenta per aver rivisto i miei amici storici, in un’occasione da ricordare, che ci riporta alla memoria collettiva del nostro passato.

Cisco e i Dinosauri #portadiromalive

Negli ultimi anni ho diradato cosi tanto la frequentazione dei concerti, per una serie di ragioni, che quasi mi sembra strano poter raccontare di nuovo un evento live.

Ieri ho fatto una breve incursione al centro commerciale Porta di Roma per vedere i Dinosauri, ovvero Cisco, Cottica, Rubbiani, con Massimo Giuntini, il cuore pulsante dei primi Modena City Ramblers, formazione che ai tempi comprendeva anche il cantante Alberto Morselli, tra gli altri.

Certamente un centro commerciale non è il luogo più adatto per una band di questo tipo e infatti il saluto iniziale di Cisco con un benvenuti al nostro concerto al centro commerciale Porta di Roma,ha espresso nel tono tutta la gioia per una location così adatta.

Altra scelta abbastanza discutibile, l’utilizzare questo gruppo come opening act per l’orchestra popolare de la notte della Taranta, riservando loro uno spazio di soli 30 minuti. E non mi aspettavo che buona parte di questo spazio temporale sarebbe stato dedicato ai bellissimi brani del Mcr, ma così è stato.

L’apertura è stata con Cosa conta dal disco dei Dinosauri. A seguire Tant per tachèr dal memorabile Riportando tutto a casa.

Poi un paio di brani ancora dal nuovo disco, mi ha colpita in particolare Figurine, con un testo molto bello. E la nemmeno malcelata presa in giro a Vasco e al concerto di Modena Park da parte di Cisco…

A seguire grande emozione con Transamerika, ed eccomi lì a rivivere le emozioni di Terra e Libertà, e il legame con Cent’anni di solitudine di Marquez.

Poi subito Clan Banlieue che porta con sé altri ricordi,tra i più belli, impossibile non emozionarsi. E pensavo, quanti concerti dei Modena City Ramblers ho visto? Ehm, mi sa che ho perso il conto…E, chissà perché, mi veniva in mente un concerto al Frontiera di oltre vent’anni fa.

È stata poi la volta di un medley che comprendeva anche Terra Rossa da La Lunga Notte di Cisco, per sfociare poi ne I cento passi, ancora un momento emozionante.

Ultimo brano, che mi ha lasciata sorpresa e felice è stato In un giorno di pioggia e vederlo eseguire live da parte del gruppo originale, valeva tutta la strada fatta per arrivare fin lí per un set così breve, ma splendido. Io felice. Grazie Cisco, grazie Dinosauri.

Heroes never die

Oggi se n’è andato anche Chris Cornell, dopo una serie impressionante di lutti nel mondo musicale iniziati nel 2016. David Bowie, Leonard Cohen, George Michael, Prince, Pete Burns, Black.

Eppure si può proprio dire che gli eroi non muoiono mai. Per quello che ci hanno dato. Per quello che hanno rappresentato per noi che eravamo giovani negli anni ’80/90.

È quello spirito di ribellione, quella voglia di cambiare le cose, quella forza travolgente che la musica ci dava, che non andranno mai persi. Perché se la si è vissuta in un modo coinvolgente, come è capitato a me e a tanti miei amici, qualcosa rimane dentro per forza.

Nonostante la routine, la vita quotidiana, le esigenze che nel tempo cambiano. I dolori, le risate e i viaggi, i lutti e gli impegni diversi, gli anni che passano, nel cuore rimane sempre la voglia di chiudere gli occhi e lasciarsi andare ai sogni.

E la musica è sempre lo strumento migliore per farlo. Anche se le cassette non le ascoltiamo più, gli Lp per fortuna ancora qualcuno sì. I Cd a volte. Ma c’è YouTube per trovare subito la canzone da ascoltare.

D’istinto le canzoni che sono andata a cercare oggi sono state Fell on Black Days e The day I tried to live. E le foto scattate a Reading 95. Perché in fondo io sono sempre quella Rosie. Per tante cose la stessa di allora. E scrivo per dire grazie ai miei eroi. Di allora e di oggi.

Enrico Ruggeri al 2.0 di Pomezia

Era almeno da un mese che aspettavo che arrivasse il 14 novembre, data del concerto di Enrico Ruggeri a Pomezia (Rm).
Nonostante i miei gusti musicali spesso “oscuri e underground”, sono molto legata alla musica di questo cantautore.
Poi ieri c’è stato il risveglio, le notizie tragiche al telegiornale su quanto è successo a Parigi, che hanno reso la giornata cupa e malinconica. Tuttavia sapevo che il concerto ci sarebbe stato comunque. E così io e Fred siamo andati.
Abbiamo scoperto che i posti che avevamo scelto erano fantastici, lato palco ma vicinissimi.

Enrico Ruggeri 2.0 PomeziaImmaginavo che Enrico avrebbe detto qualcosa sulla serata così particolare a inizio concerto, invece lo ha detto alla fine, spiegando come in questi casi si abbiano due scelte, chiudersi in casa, oppure uscire con gli amici per avere conforto.
Per lui il concerto è stato come uscire con degli amici, con lo stesso effetto di calore, ed anche per noi del pubblico è stata la stessa cosa. Ci ha scaldato i cuori, restituendo speranze.

Enrico Ruggeri 2.0 Pomezia

Il concerto si è aperto subito con grandi emozioni. Tra le primissime canzoni, Non finirà che è un brano bellissimo dell’epoca di Enrico VIII.
Poi Tre signori, dedicata a Jannacci, Gaber e Faletti, un brano da ascoltare più volte, che mi fa un po’ tornare alla mente Rien ne va plus. Credevo che il concerto sarebbe stato l’occasione per presentare diversi brani del nuovo disco Un pezzo di vita, invece ci sono stati tantissimi brani del passato che, per molti di noi sono pezzi di vita, proprio come il titolo del suo nuovo lavoro.

Enrico Ruggeri 2.0 Pomezia

Un pezzo che dopo quasi 30 anni amo ancora moltissimo è Il portiere di notte, sempre da Enrico VIII, e per tutta la durata del brano, sono stata con il fiato sospeso per l’emozione. Poi Centri Commerciali, una canzone con un testo sull’alienazione che i giovanissimi (e non solo, sperimentano in questi luoghi scintillanti e confortevoli). E poi, un vero tuffo nelle grandi canzoni del passato, Bianca Balena, Polvere, uno dei suoi brani più belli, vestito di nuove sonorità.

Enrico Ruggeri 2.0 Pomezia

Tempo poi di introdurre Un pezzo di vita, uno dei nuovi brani in cui Enrico si misura con una tematica comune nella vita di coppia, il lasciarsi, che racconta di aver affrontato da diverse angolazioni negli anni, essendo ormai un cantautore âgée (e a vederlo sul palco, con la stessa grinta degli inizi, non si direbbe proprio).

Enrico Ruggeri 2.0 Pomezia

E’ toccato poi ad altri pezzi storici, tra i tanti meravigliosi che Enrico ha scritto, come Ti avrò e Il mare d’inverno. E tutta la poesia dei testi che rimane intatta ancora dopo tanti anni. Tra gli altri brani poi, un omaggio a Lou Reed con Sweet Jane, un altro dei nuovi pezzi, La Donna Vera, e classici come Poco più di niente, e Peter Pan.

Enrico Ruggeri 2.0 Pomezia
Il concerto si è poi concluso con il bis: Quello che le donne non dicono, brano che conosciamo come portato al successo da Fiorella Mannoia, ma sempre scritto da Schiavone-Ruggeri. Contessa, sempre carica di energia e spirito come ai tempi dei Decibel e, per finire, Mistero con cui Ruggeri vinse il Festival di Sanremo del 1993.

Un concerto che mi ha veramente travolta, ricaricata di energia, e che mi ha fatto sorridere di emozione quando poi mi sono fermata a salutare Enrico, con tantissimo piacere, facendomi spazio tra le tantissime persone che lo adorano.
Meno male che ogni tanto arrivano anche i momenti così, che fanno mettere da parte per un paio d’ore i brutti avvenimenti di questo periodo.
Grazie Enrico!