Pubblicato in: alice, all about eve, musica, suzanne vega

Scrivendo di musica dopo tanto.

È veramente tantissimo tempo che non scrivo un post sulla musica. Ma eccomi di nuovo qui e lo spunto questa volta nasce da una ricerca che stavo facendo su Youtube, quando mi sono imbattuta in alcune cover realizzate da una giovane cantante bolognese, Michela Vazzana.

Non amo particolarmente le cover, questo va detto ma sono rimasta colpita dal fatto che tra i suoi brani ci siano alcune delle canzoni che amo di più.

Non capita spesso di trovare una cantante italiana che faccia cover degli All About Eve.

Di queste canzoni apprezzo moltissimo il sound della chitarra e il potere che hanno di rilassare la mente. Sono canzoni che amo praticamente da tutta la vita, e risentirle è come un balsamo per me.

Per questo ho voluto dedicare un post a questa cantante: perché questa musica mi aiuta a vivere in relax le ore della giornata in cui posso riposare…

Pubblicato in: libri

La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi

Sabato sono entrata in libreria, e la prima cosa che ho visto è stato un libro che sembrava chiamarmi:


La notte ha la mia voce
Alessandra Sarchi
2017
eBook
pp. 176
€ 8,99
ISBN 978885842492

È stata forse la copertina a colpirmi per prima, poi ho letto la trama. La storia di una donna che in seguito a un incidente è costretta a muoversi in sedia a rotelle e si sente precipitata in una vita diversa da quella che aveva prima, in un mondo che ha cambiato aspetto.

Conosce una donna che vive una condizione simile alla sua, rimane colpita dalla bellezza della sua voce e dalla grinta che questa donna dimostra, nonostante i problemi oggettivi.
La dà il soprannome di Donnagatto e da questa amicizia imparerà a vedere le cose con occhi diversi. Questa donna infatti le svelerà il suo mondo segreto, prendendola per mano e portandola nella notte, in una vita dove l’immaginazione rende liberi.

Di questo libro mi ha colpito molto la lucida analisi di ogni sensazione che separa la vita precedente da quella attuale, in cui la protagonista si trova in una vita dalla quale non c’è via di fuga, con uno scollamento di emozioni e stati d’animo che crea una ferita permanente.

In un certo senso anche chi perde una parte di sé per il cancro vive situazioni simili anche se ci tengo a sottolineare che ad esempio non si può paragonare la perdita dello stomaco, come è successo a me, con la perdita dell’uso delle gambe, perché come spiega bene l’autrice sono le gambe, l’impatto con la terra a dare la percezione di se stessi. Senza gambe, dice, ti senti smaterializzato.

Ho trovato emozionante l’accostamento della vita in sedia a rotelle a una galleria di particolari dei ballerini di danza classica, quasi un voler vivere attraverso le loro immagini, studiate fin nei minimi dettagli, lo sforzo dei muscoli, l’eleganza dei passi, una sorta di compensazione per il movimento perduto.

Un libro da leggere dimenticando altrove il senso di compassione che, anche nostro malgrado,  proviamo quando vediamo una persona in carrozzina, ma con il cuore aperto alla voglia di condividere le difficoltà e le piccole vittorie di questa condizione, che Alessandra Sarchi ci racconta in maniera magistrale.

Pubblicato in: diario, riflessioni

Inner peace

È un periodo in cui mi sento estremamente in pace con me stessa. Non so come mai, ma mi sento fortunata perché tante situazioni di conflitto e di tensioni sembrano il più delle volte scivolarmi addosso.

Come se veramente avessi una fiammella accesa nel cuore.

Mi accorgo di cose che accadono e che mi fanno sentire allibita, situazioni che mi sembrano quasi ai limiti del grottesco, eppure mi sento sempre come se guardassi le cose dall’interno di una campana di vetro che mi separa dagli avvenimenti più assurdi.

Non so se sentirsi così sia un bene o un male, ma forse la cosa più bella è la sensazione di pace interiore che riesco ad avvertire spesso in questi ultimi tempi.

È un po’ come vivere al riparo dalle emozioni negative, per cui non mi dispiace per niente sentirmi così.

Se poi chiudo gli occhi e ascolto un po’ di musica mi sento ancora meglio.

Pubblicato in: Ferzan Ozpetek, film

Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek – un viaggio di emozioni

rosso-istanbulDa pochi giorni è nelle sale Rosso Istanbul, il nuovo film di Ferzan Ozpetek e non volevo né potevo aspettare troppo per vederlo. Sono andata ieri. Curiosa ed emozionata, come sempre quando si tratta dei suoi film. Ho respirato e assimilato ogni scena di questo film, molto lento, ipnotico, a tratti difficile da interpretare nella maniera corretta, forse lo stato d’animo migliore con cui vedere il film è quello di non cercare per forza un significato ma lasciarsi trasportare dalle scene, dalle emozioni forti o sopite, a tratti buffe, che i protagonisti ci regalano. Ho sentito tantissima gente dire, alla fine del film, io non l’ho capito. A me è bastato lasciarmi trasportare da colori, suoni e sentimenti che il film mi ha trasmesso.
Credo che la storia (abbastanza diversa dal libro) sia solo una base per mostrare le fragilità umane (nella narrazione entra anche il riferimento alle vicende arcinote di questi ultimi anni di chi dimentica un figlio in auto e poi porta con sé la devastazione interiore dei sensi di colpa e del dolore).

La trama si snoda attorno ai quattro personaggi i cui occhi sono visibili nella locandina del film: Orhan. lo scrittore di origini turche che torna a Istanbul per aiutare il regista Deniz Soysal a terminare un libro, i cui protagonisti sono le persone che Orhan conoscerà a Istanbul che a volte scoprirà diverse da come le ha raccontate da Deniz nel libro. Neval, una donna molto importante nella vita di Deniz, ricca di fascino, ma enigmatica e che riesce a conquistare il cuore di Orhan, – ma sappiamo bene che nella vita le cose non sono mai facili -. Yusuf, un uomo che Deniz fa morire nel suo libro, ma che invece morto non è e che è forse la persona con il ruolo più grande nella vita del regista, l’amore, doloroso e tormentato.
Poco dopo l’arrivo di Orhan, Deniz scompare e sembra un caso strano che,  a poche ore dall’arrivo dello scrittore, il regista sia svanito nel nulla.

Nella vicenda ci sono anche altri personaggi, quasi tutti femminili e importanti nella vita di Deniz. Sono proprio loro a insinuare che ci sia una connessione tra l’arrivo di Orhan e la scomparsa di Deniz, anche se poi sottolineano che questa ipotesi era soltanto uno scherzo. Sibel la governante, interpretata da Serra Yilmaz, una vera istituzione nei film di Ozpetek, che in questo film parla solo per pronunciare frasi taglienti e che sembrano sempre voler offendere Orhan. Sureya, la madre del regista, donna elegante, capace di momenti di generosità, e di grande amore verso il figlio, Sultan la ragazza che in silenzio si occupa della cucina e dell’aiuto domestico, protagonista anche lei di una vicenda dolorosa. Ma  anche il fratello di Deniz, artista in cerca di conferme e la sorella di Orhan, con il suo negozio di orologi. Senza dimenticare le madri del sabato che piangono i loro figli scomparsi ormai da tempo.

Si potrebbe dire che, oltre ai quattro personaggi della locandina,  i veri protagonisti di questo film siano una Istanbul onirica e dolorosa: ho notato in particolare il momento in cui Orhan e Deniz sono sdraiati nel buio a parlare davanti al ponte sul Bosforo  e c’è in sottofondo il brano in tedesco In Dieser Statd che non a caso fa riferimento a “questa città”,  con le sue ferite (come le foto di morte, macabra galleria nello studio di lavoro di Deniz sull’isola dove Orhan e Neval andranno in cerca di sue tracce) e le emozioni dei protagonisti, il dolore che ognuno si porta dentro. C’è la stanza dello scrittore a casa sua, anche qui con una galleria di foto, appunti e ricordi che tracciano frammenti della sua vita, e la sensazione di una casa che verrà presto smantellata, con un imminente trasloco che si annuncia già nelle prime scene del film. E ci sono gli sguardi che parlano, gli occhi che vorrebbero trasmettere emozioni che spesso restano impigliate in parole che non è facile pronunciare. In particolare lo sguardo di Orhan, l’attore Halit Ergenç, mi è rimasto impresso così come la sua bravura nel rappresentare il suo personaggio come fragile ma capace di rinascere.

C’è un film quindi che bisogna guardare come un sogno nel quale scegliere frammenti e visioni da riportare con sé nel cuore tornando a casa. La scena che ho conservato meglio nella memoria uscendo dal cinema è quella di una penna casualmente posata su un tavolino del bar, una semplice biro blu, che riuscirà a far sgorgare di nuovo nel cuore di Orhan quella capacità di scrivere che sembrava essersi bloccata dentro di lui, dopo l’iniziale successo del libro di favole anatoliche scritto qualche anno prima. I personaggi di Deniz che tornano a vivere attraverso la scrittura di Orhan.
Ed è la vita che fornisce sempre nuove opportunità. “Chi guarda al passato, non vede il presente”.
Io quasi quasi tornerei a vederlo di nuovo questo film…

https://www.youtube.com/watch?v=S_cftLpH7LE

Pubblicato in: cancer bloggers, libri, musica, ricordi

Breve storia di due amiche per sempre di Francesca del Rosso (Wondy)

È da tantissimo tempo che non racconto più nulla dei libri che leggo, perché negli ultimi mesi riesco meno a mantenere la concentrazione e quando finisco un libro, penso di parlarne, poi il tempo passa e non ne faccio nulla.

Tuttavia questa era una cosa che mi piaceva molto fare e vorrei sforzarmi di riprenderla. Ho deciso di ricominciare con Breve storia di due amiche per sempre di Francesca Del Rosso, alias Wondy (purtroppo scomparsa a causa del cancro a dicembre 2016, qualche mese dopo l’uscita di questo romanzo).

breve-storia-di-due-amiche-per-sempre Oggi ho terminato di leggere l’ebook, la lettura è stata abbastanza veloce, la scrittura molto scorrevole. Il romanzo è la storia di un’amicizia tra due donne, Tessa e Clara e sull’importanza che un rapporto di questo tipo può avere, fino a funzionare da salvagente.

Il libro si apre con il senso di dolore che la protagonista prova scoprendo il tradimento di suo marito. Evento che investe la tranquillità quotidiana e spezza la consueta routine familiare fatta di giornate che si dividono tra lavoro, marito e figlio.  In questa circostanza Tessa avrebbe bisogno di ritrovare la sua amica Clara, con la quale ha vissuto tante esperienze di gioventù.

Ma i tentativi di riavvicinarsi all’amica, fatti nel più o meno recente passato, non hanno portato a risultati positivi.

Nel libro si ripercorrono tanti piccoli episodi dei tempi del liceo, la musica ascoltata, i Guns N’Roses, Curt Kobain (scritto proprio così…), gli scherzi con i ragazzi sapendo che alla base c’era sempre la forte amicizia tra loro due, così forte da richiedere perfino uno stemma identificativo, un ragno stilizzato. Le manifestazioni studentesche a Milano, ma anche l’Abruzzo dei paesini con le tradizioni da salvaguardare e ricordare. I semi di melograno. “Scine”. L’emozione provata da Tessa nel portare l’amica nei luoghi a lei cari.

E poi, finalmente l’opportunità di ritrovare Clara e scoprire finalmente il perché di tanti comportamenti incompresi.

La forza dell’amicizia, il potere dei sogni che si avverano sono i temi protagonisti di questo libro, che è stato una lettura piacevole, un regalo che Wondy ha voluto lasciarci. Grazie.




Pubblicato in: diario, pensieri, ricordi, riflessioni

A pensarci adesso

Qualche settimana fa mi è capitato di parlare con una persona conosciuta da poco, raccontando episodi accaduti nel mio passato, mettendo insieme scene e frammenti di momenti che mi tengo nel cuore.

È stato solo parlandone, che mi sono resa conto di quanto momenti speciali ci siano stati nella mia vita fino ad ora.

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I tanti viaggi, i treni presi, la musica, i piccoli e grandi episodi ad essa legati. Le emozioni di gente conosciuta per caso che poi è entrata stabilmente a far parte della mia vita.

Gli episodi della vita quotidiana che poi sono rimasti scolpiti nella mia mente. Ricordi anche banali come quella sera in cui andai a comprare Ragazza In nel 1983 e ci trovai in copertina Boy George con un vestito variopinto e quell’episodio contribuì non poco a far nascere il mio amore per la musica.

È strano forse provare emozione per le cose vissute nella propria vita, ma forse è anche normale quando si sono vissute cose belle.

La sfida poi è tenere a mente la grande gioia e intensità di sensazioni provate in quei momenti per riportarla nei giorni del presente. Perché è bello avere ricordi ma la vita ce la dobbiamo costruire giorno per giorno. 

Mi sono accorta che ripensare a quante cose belle fortunatamente ho potuto fare nella mia vita è stato per me una sorta di forza propulsiva per cercare di non adagiarmi nella comoda routine della vita quotidiana.

Il bello è poter dire ogni giorno oggi sono riuscita a fare qualcosa di bello. È già importante anche solo provarci. Tenere a mente che possiamo essere felici per cose che sul momento sembrano banali ma che sono invece come piccoli mattoni che costruiscono la splendida vita che vogliamo.

E saranno questi gli episodi, i momenti che, dopo qualche anno, ci sembreranno perfino più speciali di quando li abbiamo vissuti. Posso dire che sono impaziente di viverne ancora.

Pubblicato in: diario, sfoghi, vivere senza stomaco

Ripensare la propria vita in altri termini

Sebbene io mi sia ammalata di cancro ben 12 anni e mezzo fa, questa malattia ha lasciato segni permanenti su di me. Ed è forse per questo che continuo ad avvertire di tanto in tanto la necessità di parlare di quelle che sono le difficoltà quotidiane. È vero, dopo tanti anni subentra una sorta di assuefazione per la quale tanti problemi divengono normale amministrazione e nemmeno ci si fa più troppo caso, come ad esempio il dover fare delle flebo periodicamente. O fare le analisi ogni due mesi. Non sono cose che mi disturbano. Fanno parte della vita “riacquisita” dopo il cancro.

Quello che a volte pesa un po’ è l’aver dovuto ripensare la mia vita in altri termini. Sono consapevole che non sono un caso unico e anzi, ci sono tante persone che stanno peggio di me. Ma forse non avrei immaginato che tutti i miei pomeriggi dal luglio 2004 a oggi li avrei trascorsi almeno per un paio d’ore semi sdraiata su un letto o su un divano, in attesa di digerire. Posso anche non farlo, è vero, ma a prezzo di una sensazione di disagio.

Non avrei mai pensato di avere energie che di colpo crollano, come una specie di palloncino che si sgonfia.

Non necessariamente tutto è solo negativo. Lavorare part time per forza di cose mi lascia molto tempo libero per leggere, specie quando sono sul letto e non dormo, ma semplicemente è un’altra vita rispetto a quella che avrei immaginato.

Non si è mai preparati per questo. Forse ripensarci ancora dopo tanti anni vuole dire che probabilmente questa condizione non si riesce mai ad accettarla proprio del tutto. Si parla tanto della nuova realtà delle persone sopravvissute al cancro, che in Italia e nel mondo sono sempre di più. Dei bisogni non espressi e forse ancora non bene identificati di queste persone.

La realtà che penso di poter descrivere, per quello che mi riguarda, è di trovarmi ad affrontare le situazioni già spesso difficili nella vita con un pezzo in meno e con una condizione di partenza svantaggiata rispetto agli altri.

Non sempre è facile, forse ci vorrebbe un sostegno psicologico prolungato nel tempo, disponibile per tutti. Non saprei in effetti quanto questo possa essere davvero utile, non essendo mai andata da uno psicologo da quando mi sono ammalata, ma molto probabilmente serve, dà comunque un supporto in più.

Alla fine forse è come osservare la luna (credo di aver già fatto questo paragone tempo fa). Queste difficoltà ne rappresentano la faccia scura, ma poi c’è anche il lato illuminato, quello che fa considerare positivamente il fatto di alzarsi ogni mattina e dire “Ce l’ho fatta, sono vivo e posso ancora assaporare le cose belle.”

Forse è quella la faccia su cui bisogna concentrarsi. Ci proverò di nuovo, come ho sempre fatto finora.